|
L'amara
esperienza di Pietro.
Poco
prima della sua passione Gesù si rivolse ai suoi 11 apostoli
(Giuda era già uscito) in questi termini: “Questa notte voi
tutti avrete in me un’occasione di caduta; perché è scritto:
Io percoterò il pastore e le pecore del gregge saranno
disperse. Ma dopo che sarò risuscitato, vi precederò in
Galilea".
Pietro,
rispondendo, gli disse: "Quand’anche tu fossi per tutti
un’occasione di caduta, non lo sarai mai per me".
Gesù gli
disse: "In verità ti dico che questa stessa notte, prima che il
gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte".
E Pietro a lui:
"Quand’anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò. E lo
stesso dissero pure tutti i discepoli” (Matteo 26:31-35).
Pietro
amava sinceramente Gesù ed era sicuro e convinto dei suoi
sentimenti. Deve esserci rimasto molto male, perciò, quando
sentì mettere in dubbio con quelle parole la fedeltà e la
sostanza dell’amore che legava sia lui che gli altri discepoli
prediletti al loro Maestro.
La sensazione di non essere
apprezzato a sufficienza da Gesù, di non corrispondere alle sue
aspettative e di sentirsi da Lui come rifiutato, lo spingono in
maniera impulsiva a riaffermare con forza, quasi volesse
convincerlo del contrario e portarlo a ricredersi su quanto
detto, la sua totale dedizione alla sua persona e ai suoi
insegnamenti.
Vuole sentirsi approvato e per raggiungere questo
fine non esita a dire cose di sicuro effetto: “Sono pronto
anche a morire per te!” Non esita neanche ad entrare in
competizione con gli altri, sminuendoli, pur di mettere in
rilievo le sue qualità e percepire su di sé l’attenzione, la
considerazione e l’ammirazione del Signore.
Ma
Gesù sa, conosce il loro cuore, perché il Padre glielo ha
rivelato, e non dice quelle parole per rimproverare o condannare
chi gli era stato vicino durante tutto il suo ministero terreno,
ma per metterli in guardia, affinché non siano sorpresi nel
momento della caduta e non si lascino schiacciare dal senso di
colpa e di indegnità nel vedere la loro realtà interiore.
Dice
infatti: “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi
come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la
tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito,
fortifica i tuoi fratelli” (Luca 22:31-32).
E,
puntualmente quanto previsto, successe: “In quell’istante,
mentre Gesù parlava ancora, arrivò Giuda, uno dei dodici, e
insieme a lui una folla con spade e bastoni, inviata da parte
dei capi dei sacerdoti, degli scribi e degli anziani…Allora
quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono…Allora
tutti, lasciatolo, se ne fuggirono.
Un giovane lo seguiva,
coperto soltanto con un lenzuolo; e lo afferrarono; ma egli,
lasciando andare il lenzuolo, se
ne fuggì nudo…Condussero
Gesù davanti al sommo sacerdote…Pietro, che lo
aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo
sacerdote, stava lì seduto con le guardie e si scaldava al
fuoco” (Marco 14:43,46,50-54).
Ma Pietro, che era in
apprensione per la sorte di chi amava e voleva seguire tutta la
vicenda in prima persona, però nell’anonimato per timore di
essere arrestato a sua volta, viene riconosciuto.
La sua
reazione è immediata, impulsiva, condizionata dalla paura e per
tre volte reagisce così: Una serva gli si avvicinò,
dicendo: "Anche tu eri con Gesù il Galileo!". Ma egli lo
negò davanti a tutti, dicendo: "Non so che cosa
dici…". Un’altra lo vide e disse a coloro che erano là:
"Anche
costui era con Gesù Nazareno". Ed egli negò
di nuovo giurando: "Non conosco quell’uomo".
Di lì a poco,
coloro che erano presenti si avvicinarono e dissero a Pietro:
"Certo anche tu sei di quelli, perché anche il tuo parlare ti fa
riconoscere".
Allora egli cominciò a imprecare e a giurare:
"Non conosco quell’uomo!”
(Matteo 26:68-74).
A questo punto,
mentre parlava ancora, il
gallo cantò. E il Signore, voltatosi, guardò
Pietro; e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli
aveva detta: "Oggi, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai
tre volte". E, andato fuori, pianse amaramente” (Luca
22:60-62).
Pietro
incrocia lo sguardo di Gesù.
È
lo stesso sguardo che viene
descritto nell’incontro con il giovane ricco desideroso di
conquistarsi la vita eterna: “Maestro, tutte queste cose le ho
osservate fin dalla mia gioventù". Gesù, guardatolo,
l’amò e gli disse: "Una cosa ti manca! Và, vendi tutto
ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi
vieni e seguimi". Ma egli, rattristato da quella parola, se ne
andò dolente, perché aveva molti beni” (Marco 10:20-22).
Gli
occhi di Gesù trasmettono amore, cioè comprensione per la
condizione umana decaduta, misericordia per le decisioni prese
in un’ottica umana, disponibilità a mantenere comunque una
relazione, interessamento alla persona che sta sbagliando,
volontà di aiutarla a risalire la china dopo la sconfitta.
Gesù,
che ha dovuto affrontare una lotta terribile prima di affrontare
questo momento, infatti: prese con sé Pietro, Giacomo,
Giovanni e cominciò a essere spaventato e angosciato. E disse
loro: "L’anima mia è oppressa da tristezza mortale…",
ed
essendo in agonia, egli pregava ancor più intensamente; e il
suo sudore diventò come grosse gocce di sangue che cadevano in
terra (Marco 14:33-34 / Luca 22:44); conosce e capisce la
debolezza dell’animo umano e vuole rassicurare, chi ne è
vittima, che il suo amore rimane inalterato e che non ci sarà
rifiuto da parte sua per il loro errore.
Pietro
in quegli occhi scopre che:
Il suo non era vero amore,
ma solo buona volontà e impulso emotivo.
Capisce che non può
fidarsi dei suoi sentimenti e delle sue convinzioni, perché
“il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e
insanabilmente maligno” (Geremia 17:9) e, “ciò che brama la
carne è inimicizia contro Dio, perché non è sottomesso alla
legge di Dio e neppure può esserlo” (Romani 8:7).
Si rende
conto che l’unico vero amore è quello di Gesù, perché è
stato capace di “dar la sua vita per i suoi amici” e perché
“avendo amato i suoi che erano nel mondo, li ha amati sino
alla fine” (Giovanni 15:13 ; 13:1).
Diventa cosciente che il
suo cuore è malvagio, scopre il potere del peccato che opera in
lui e lo schiavizza, come dice l’apostolo Paolo in Romani
7:14-23, prova vergogna per la sua realtà interiore confrontata
con quella del suo Maestro e piange.
Chi lo libererà da questo
corpo di morte? (Romani 7:24).
E’ amato per quello che
è, non per i suoi meriti.
Pietro, che era pronto a colpire
i trasgressori, come avvenne nel giardino del Getsemani: Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la prese e colpì
il servo del sommo sacerdote, recidendogli l’orecchio destro.
Quel servo si chiamava Malco. Ma Gesù disse a Pietro: "Rimetti
la spada nel fodero; non berrò forse il calice che il Padre mi
ha dato?” (Giovanni 18:10-11); che era pronto ad allontanare i
seccatori, vedi la donna Cananea di Matteo 15:21-23; che era
pronto a riprendere lo stesso suo Maestro, vedi Matteo 16:21-22;
è ora nella condizione di essere giudicato e condannato a sua
volta ed è cosciente che, se quanto a lui successo fosse
capitato ad un altro, non avrebbe esitato ad esprimere questa
condanna.
Ma nello sguardo di Gesù non vede rimprovero, non
vede delusione per il suo atteggiamento o, peggio ancora,
rifiuto. Pietro è sorpreso, perché vede in quegli occhi ancor
più dolcezza e comprensione di quando gli era a fianco nel
servizio, è quasi incredulo di fronte a quello sguardo che
mostra ancora interessamento per la sua persona, è sbigottito
perché percepisce che in Gesù il suo tradimento non ha
lasciato traccia, capisce di essere amato dal suo Signore
indipendentemente dal suo modo di agire.
E’ oggetto di
misericordia.
Pietro, cresciuto sotto la Legge, sa che ad
ogni peccato deve corrispondere una riparazione, vedi
l’offerta e il sacrificio di animali al Tempio, per potersi
sentire nuovamente in pace con Dio. Sa che il perseverare nel
peccato crea una barriera di separazione con il Creatore ed una
impossibilità, quindi, di relazione con Lui e di ottenimento di
favori.
Ed è proprio questa attitudine mentale che scopriamo
nel pescatore della Galilea nel seguente passo delle Scritture
relativo alla pesca miracolosa: Presero una tal quantità di
pesci, che le reti si rompevano…Simon Pietro, veduto ciò, si
gettò ai piedi di Gesù, dicendo: "Signore, allontanati da me,
perché sono un peccatore” (Luca 5:4-11).
Sa di non meritare
premi di sorta, si sente a disagio, non sa come contraccambiare,
non ha mai ricevuto regali dalla vita, ma ha dovuto sempre
sudarsi il pane quotidiano e duramente. Adesso si sente debitore
e vuole scrollarsi di dosso questa sgradevole sensazione, perciò
invita il Signore ad abbandonarlo al suo destino.
Ma
se prima era un peccatore, più o meno incallito, adesso è uno
spergiuro, un traditore, un vile. Il suo peccato non lascia
spazio ad appelli di sorta, questa volta non è più possibile
far finta di nulla e tornare freddamente alle occupazioni
quotidiane, la sentenza di condanna è la conclusione logica di
un processo sommario che lui ha già aperto e concluso nella sua
mente.
Ma la condanna non viene pronunciata e gli occhi di Gesù
lo assolvono.
Pietro piange, perché si sente indegno, ma nello
stesso tempo amato.
Sta capendo il concetto di misericordia,
quel concetto che dovrà impregnare tutta la sua vita ed essere
la colonna portante del suo ministero di apostolo del Cristo.
Pietro
in questa occasione ha imparato delle lezioni importanti, perché
ha visto in profondità il proprio cuore, ma nello stesso tempo
anche quello di Gesù. Ha capito cosa alberga nel fondo del suo
animo, ha conosciuto la verità sulla sua condizione interiore,
ma per contrasto e in maniera indelebile ha percepito le
motivazioni e i principi che muovono le azioni del suo Maestro.
E se
nell'occasione della prima pesca miracolosa, Pietro vuole
ritirarsi da Gesù, perché si considera indegno e non meritevole
dei suoi favori, adesso, nell'occasione della seconda pesca
miracolosa, avvenuta dopo la risurrezione del Messia, gli corre
incontro felice, sapendosi giustificato e amato da Lui (Giovanni
21:1-7).
Facciamo
nostra questa esperienza dell’apostolo Pietro e ancoriamoci,
per non cadere vittime del senso di colpa, del senso di indegnità
e della condanna, sia umana che diabolica, al seguente passaggio
delle Scritture: “Avendo dunque un grande sommo sacerdote che
è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo
fermi nella fede che professiamo. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle
nostre debolezze, poiché
egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza
commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al
trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed
essere soccorsi al momento opportuno” (Ebrei 4:14-16).
Di Lamberto
Fontana.
|