Immaginate
un credente che, malgrado la sua buona volontà, non può fare a meno di
peccare. Questi non può dimostrare quello che dice l'Apostolo Paolo ai
Romani, cioè di essere testimoni della potenza di Cristo, per mezzo
dell'Evangelo della Salvezza (Romani 1:16). Se una persona non riceve, come può
pretendere di trasmettere? Come si può evangelizzare se manca la forza
interna che annienta la nostra natura peccaminosa? Per questo il Signore,
che fa ogni cosa bene, ordina ai suoi discepoli di aspettare il Battesimo
dello Spirito Santo e del fuoco prima di andare a predicare il messaggio
della Salvezza (Atti 1:4-5).
I discepoli dovevano testimoniare della
Salvezza che avevano ottenuta, prima con la propria vita e poi con le
parole. Se loro venivano meno in questo, davano meno credibilità
all'opera di Cristo; i mali esempi incoraggiano i biasimi e le critiche. I
primi discepoli presentavano Cristo non solo come un esempio da imitare,
ma anche come Colui che è potente da rendere possibile questa imitazione
per
coloro che avrebbero creduto in lui. Cristo non lo vediamo, ma i discepoli di
ogni tempo sono
chiamati a rappresentarlo e raffigurarlo (certamente non con i disegni e
le sculture), non solo a parole, ma con la propria vita.
Paolo è stato
uno di questi, e non si è sottratto a quella responsabilità che ogni
vero credente è chiamato. Lui è arrivato persino a consigliare a Timoteo
e ai credenti di Corinto di essere suoi imitatori (2 Timoteo 3:10-14, 1 Corinzi 4:16, 11:1). Questo non voleva dimostrare la sua arroganza, ma la
sua identificazione a Cristo. È falsa umiltà quando volendo nascondere
i propri peccati si chiama in causa la debole natura umana o si cerca di
evidenziare che solo Cristo è stato capace di realizzare a pieno la
volontà di Dio, perché è il Figlio di Dio.
L'appellativo di "cristiani" è stato dato
per la prima volta ai discepoli di Antiochia perché dimostravano di
essere come Cristo: non amavano la loro vita; affrontavano le persecuzioni,
le ruberie dei loro beni, le diffamazioni e le accuse ingiuste, ed altro.
Non facciamo in modo che questo Nome benedetto, per il quale i nostri
antenati nella fede hanno dato anche la loro vita, sia oggetto di
disprezzo e di biasimo a causa nostra.
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