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Home Tematiche La preghiera La preghiera del Padre Nostro

Riflessione della settimana

Legami d'amore.
La Bibbia è un libro straordinario, non solo per il messaggio di salvezza che contiene e per i suoi insegnamenti etici e dottrinali, ma anche per tutte quelle verità psico-spirituali, veicolate attraverso l’esperienza di vita di uomini e donne che, pur nella loro fragilità, riescono a esprimere in tutta la loro bellezza.
Una fra le tante è quella dei “legami”: ciò che lega l’uomo a Dio e al suo simile.
Sin dagli albori, la Bibbia presenta l’uomo legato a Dio e all’altro (Genesi 2).
Quando questi legami sono stati spezzati, Dio è andato alla ricerca dell’uomo per cercare di recuperarli (Genesi 3).
Scrive il profeta Osea: “Io li attiravo con corde umane, con legami d’amore; ero per loro come chi solleva il giogo dalle mascelle, e porgevo loro dolcemente da mangiare” (Osea 11:4 )... Leggi tutto

Parole di vita

Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra.
Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza; chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero.
Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa.
Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui.

La preghiera del Padre Nostro

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Tematiche - La Preghiera
Scritto da Orazio Alessandro Motta - Articolo letto 1596 volte   

Gesù Maestro e Signore.
Luca 11:1-4 “…Ed avvenne che essendo Egli in orazione in un certo luogo,com’ebbe finito,uno dei suoi discepoli gli disse: "Signore insegnaci a pregare...”.
Voglio far notare il discepolo a cui fa riferimento il testo, non era uno dei dodici, per due ovvi motivi:
1) i dodici avevano già assistito ad una preghiera di Gesù in occasione del sermone sul monte, per cui non c'era motivo di rivolgergli ancora tale richiesta;
2) la parola greca 'tis", significa "un certo, un tale, qualcuno", e questo mi fa pensare che si trattasse di un discepolo aggiuntosi dopo il Sermone sul monte.
Questo, comunque, non è tanto importante, lo è invece la richiesta che egli fa al Signore: "Insegnaci a pregare!".
Notate che in quella circostanza, Gesù, non viene chiamato Maestro, ma Signore, e ciò mette in rilievo che quel discepolo vede in Gesù più che un maestro, difatti la parola greca "kurie" significa: padrone, signore, essere superiore, imperatore.
Quel discepolo aveva realizzato e capito nel suo cuore, che Gesù non era un semplice maestro come quelli dei suoi tempi, ma era superiore, era "il Maestro".
Sicuramente il discepolo considerò che, come Gesù era superiore agli altri maestri, così la Sua preghiera e il Suo insegnamento sarebbero stati superiori.
Ciò che il discepolo voleva era imparare a pregare.
In greco la parola pregare suona così: "proseù-chestai", cioé preghiera in generale, praticamente, qualsiasi tipo dì contatto con Dio può comparire anche senza ulteriori specificazioni di contenuto.
In pratica questa è la preghiera personale tra te e Dio, e penso proprio che fu questo quadro di intimità tra Gesù e Dio a colpire il discepolo, che quasi sicuramente era schiavo delle "forme" giudaiche.

Due tipi di preghiere.
In quei tempi esistevano due forme di preghiera, quella pubblica e quella privata, che in definitiva non avevano nessuna efficacia!
Erano preghiere prive di veridicità, di semplicità e di comunione tanto da diventare formali e tradizionali; servivano soltanto per farsi notare dal popolo, per farsi ammirare.
Anche Gesù un giorno ebbe a dire: "Quando pregate, non siate come gli ipocriti; poiché essi amano di fare orazione stando in piedi nelle sinagoghe e ai canti delle piazze per essere veduti dagli uomini. lo vi dico in verità che cotesto è il premio che ne hanno" (Matteo 6:5 ).
Certamente questo tipo di preghiere recitate non sono sempre esistite.
Inizialmente, uomini, che con cuore aperto si sono rivolti a Dio, hanno formulato delle preghiere sincere, ma con l’andare del tempo queste preghiere sono state ripetute da altri, diventando quasi un modello, delle formule.
Questo, perché, a volte, gli uomini, quando sì allontanano da Dio (forse perché si credono "arrivati“), diventano religiosi, dando origine alla tradizione, ai dogmi, alle forme.
Anche ai nostri giorni vediamo che, nel mondo religioso, queste tradizioni continuano ad esistere, sono diventate "sacre", ma lasciatemi dire, e non vi scandalizzate, che questo tipo di tradizione esiste anche in certi ambienti evangelici.
Ritornando all'insegnamento di Gesù, cerchiamo di mantenere sempre quella spontaneità e comunione con lo Spirito Santo, affinché le nostre preghiere siano fatte con potenza ed efficacia.

Santificare il nome di Dio.
Passiamo al verso due, dove Gesù risponde al discepolo (e comincia ad insegnare) dicendo: "Quando pregate dite: Padre, sia santificato il Tuo nome".
Gesù usa la parola greca "pater", l'equivalente dell'aramaico "abba", che significa "caro papà", e questa fu sicuramente l'espressione usata da Gesù, dato che a quel tempo la lingua locale era l'aramaico.
Questo nuovo significato apporta ai discepoli un nuovo tipo di preghiera, un nuovo rapporto con Dio, non più quello di Creatore e creatura, ma quello di Padre e figlio.
Inoltre, questo termine non si incontra più in nessun testo di tutta la ricca letteratura liturgica dell'antico giudaismo.
La coscienza della distanza tra Dio e l'uomo impediva al pio giudeo di rivolgersi a Dio col termine familiare del linguaggio comune, cioé "abba".
Questo linguaggio era usato soltanto nell'ambito della famiglia, e i giudei non usavano mai questo rapporto con Dio, ma si rivolgevano a Lui con il nome di "Adònay" o "Elohieu", cioé: Signore o Dio.
Con Gesù questo rapporto subisce un cambiamento radicale, diventa un rapporto familiare, più intimo.
Dio non é più solo il Creatore e Signore, ora diventa anche Padre.
Ecco acquistato un nuovo rapporto; rapporto che ci permette di dialogare con Dio come con un padre, perché ora siamo parte della Sua famiglia.
Sia santificato il Tuo nome: cioè sia considerato come santo, riverito e glorificato da tutte le persone che conoscono Dio, che lo accettano come loro Creatore e anche come l'Essere più onorato e più accettato nel mondo.
Ebbene, sia così considerato il Suo nome, nome che rappresenta la persona di Dio e che allude al nome di "Yawé", con cui Dio si era distinto da tutti i falsi dei.
Da notare che Dio é descritto non solo come un Ente eterno, che esiste dì per sé (d'altronde è il senso del nome), ma anche come l'Iddio che aveva stabilito la Sua alleanza con Israele.

Venga il tuo Regno.
La parola tradotta dal greco é "basileia" e significa: dignità regale, sovranità, regno. Essa indica un territorio dove ci sono dei sudditi e un re.
La frase "venga il tuo regno", ci fa capire che questo regno ancora non c'è ancora, ma che deve venire.
Allora, come conciliare questo verso con l'affermazione che Gesù fece quando disse: "... il regno di Dio é dentro di voi" (Luca 17:21 )?
Questa affermazione sembra paradossale, cosa succede, Gesù si contraddice? Ringraziando Dio, no!
Dice in entrambi i testi la verità, ma come spiegare allora queste verità?
Noi sappiamo che Dio è Re di diritto, perché Egli é Colui che ha creato il cielo, la terra ed ogni cosa che esiste; purtroppo però non lo é sempre di fatto, nel senso che non tutti i popoli della terra lo riconoscono come tale, per cui, tutti coloro che accettano Gesù come Salvatore e Signore fanno parte della famiglia di Dio e del Suo regno, di conseguenza per loro il regno é già venuto, cioè é dentro di loro, ne gustano il sapore, ne godono i privilegi.
Allo stesso tempo, costoro devono pregare venga il Tuo regno.
Il Regno di Dio è quel regno morale e spirituale che l'Iddio di grazia innalza sopra le rovine della caduta per mezzo del Suo Unigenito Figlio diletto, che ne é il glorioso Capo, Governatore e Re.
Noi che ascoltiamo l'appello del Suo Spirito siamo i Suoi sudditi.
Ringraziamo quindi Dio di aver preordinato e predestinato prima della fondazione del mondo questo regno, le cui fondamenta furono stabilite fin dall'inizio, nella promessa fatta in Genesi 3:15 .
Quella promessa include tra i Suoi sudditi i Patriarchi, i Profeti ed i Santi dell'Antico Testamento, i quali, assieme ad Abrahamo, videro il Giorno di Cristo, se ne rallegrarono e pieni di speranza aspettarono la redenzione in Israele.
Infine possiamno affermare che tale regno fu manifestato in modo chiaro agli uomini con la venuta di Gesù Cristo nel mondo.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
Credo che una volta che il Regno é venuto nella nostra vita, noi, come appartenenti ad esso, dobbiamo chiedere al nostro Re e Padre, anche le cose materiali.
La parola "pane", in greco "artos", indica tanto il cibo corporale, quanto quello spirituale, necessario per sostenere la nostra vita davanti a Dio.
1) Cibo corporale.
Il pane era il genere alimentare più importante in Israele. In origine esso era fatto di un impasto di orzo, legumi acidi, lenticchie ed altri ingredienti, quindi messo nel forno e cotto.
Questo prodotto andò sempre più diffondendosi fino ad arrivare al pane di frumento, che però solo i più benestanti potevano permettersi.
Entrambi i tipi di pane rappresentavano il cibo in generale.
Anche nel tempo e nell'ambiente storico del Nuovo Testamento, il pane rappresentava l'alimento fondamentale.
Oltre al suo significato stretto, può indicare anche alimento e sostenimento in generale; anche noi oggi del resto diciamo "andiamo a guadagnare il pane".
Così il figlio prodigo in Luca 15:17 , povero ed affamato si ricorda che gli operai di suo padre hanno "pane" in abbondanza.
Anche Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi 3:8 dice: "...Né abbiamo mangiato gratuitamente il pane da alcuno...", anche in questo caso, "pane" è inteso come alimento in generale.
2) Cibo spirituale.
Gesù in Giovanni 6:35 si autodefinisce pane della vita.
In questo passo, Gesù spiega ai Suoi interlocutori che il "pane" o la "manna", che i loro padri mangiarono nel deserto, non servì a dare loro la vita, ma che solo il pane mandato da Dio, dal cielo, e cioè Egli stesso, Gesù, da la vita.
Oltre a cibarci per mantenere il corpo, dobbiamo cibarci per mantenere l'anima e lo spirito; oggi grazie a Gesù, Pane della vita, possiamo farlo.
Quando preghiamo, chiediamo quindi al Padre che ci dia, di giorno in giorno, oltre al pane per vivere nel corpo e fortificarci, anche il "pane celeste" per vivere nello spirito ed essere efficaci per servirLo e lodarLo.

Perdonaci i nostri peccati.
Il vocabolo qui usato, in greco "amartias", significa propriamente "peccati".
In greco ci sono diversi vocaboli per indicare la parola "peccato", per esempio: Parabosis - riguarda la trasgressione della legge; Paraptoma - deriva da Parapipto, che significa cader fuori, deviare, sbagliare; questo termine indica più lo sbaglio in genere, che la trasgressione colpevole.
Nel contesto più vasto del fenomeno che noi chiamiamo peccato, sono pure da includere i concetti di "anomia", cioé mancanza di legge.
Questo contenuto é espresso in modo più radicale e completo dal gruppo di vocaboli che fanno capo ad "amartias", che indica il mancare nei confronti di costumi, leggi, uomini e dei, nel nostro caso: mancare nei confronti di Dio.
Il concetto di peccato indica il complesso fenomeno degli sbagli umani, che va dalle piccole mancanze contro un comando, sino alla totale rovina dell'esistenza intera.
Grazie a Gesù abbiamo il perdono dei nostri peccati, ma é importante che noi perdoniamo anche agli altri; da notare che in Matteo 6:12 lo scrittore usa il vocabolo "ofeiletes" cioè debitore.
Il debito é una somma avuta in prestito da qualcuno, al quale si dovrà poi ridare, dunque il debitore é in obbligo, per debito, verso l'altro.
lo penso che, in entrambi i passi, il significato sia lo stesso, solo che Matteo ci presenta il peccato sotto l'aspetto importantissimo di un debito con Dio, di un'offesa alla Sua sovranità; così, come il debitore é nelle mani del creditore, così il peccatore é nelle mani di Dio.

Poiché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore.
Ciò non significa che, per questo atto noi abbiamo il perdono, in quanto questo lo abbiamo ricevuto solo ed esclusivamente per il sangue di Gesù Cristo.
Perdonando gli altri, noi sappiamo quanto sia importante essere perdonati, in quanto già sperimentato.
Allo stesso modo, non perdonando gli altri, dimostriamo di non avere compassione, e quando chiediamo perdono a Dio lo scherniamo, perché nessun uomo può chiedere perdono a Dio, sapendo che non ha perdonato il suo prossimo.


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