|
L’uomo di Scinear (l'uomo moderno), la preparazione all'Anticristo.
Dopo il peccato di Adamo la terra è stata maledetta, il male è entrato nel mondo, i rapporti dell'uomo con Dio, con i suoi simili e con la terra si sono irreparabilmente guastati, infatti, dice la Bibbia, Caino si irritò contro Dio, ammazzò il fratello, e la "voce del sangue" dell'ucciso "gridò a Dio dalla terra" (Genesi 4:10 ). La maledizione che aveva colpito la terra si attaccò all'omicida, che fu condannato ad essere "vagabondo e fuggiasco sulla terra", ma Caino cercò un rimedio: per non dover continuare a fuggire, per non essere un eterno vagabondo sulla terrà, edificò (primo uomo al mondo) una città, e le diede il nome di suo figlio: Enoc. Era un uomo d'azione, Caino. La "faccia del suolo" gli era divenuta ostile; le persone gli facevano paura; dovunque andasse si sentiva un forestiero, ma con la sua determinazione e il suo impegno riuscì a costruirsi un ambiente a misura sua, un luogo familiare che gli parlava soltanto di sé, poté arrivare a vivere nella sua città, che portava il nome di suo figlio. Non era più uno straniero senza diritti civili: era il "primo cittadino" della prima città. Dopo di che venne il diluvio e dell'opera architettonica di Caino non rimase traccia sulla terra. Dio non si compiacque dell'ingegnosa laboriosità della sua creatura, ma si dispiacque della malvagità degli uomini, perché vide che essa "era grande sulla terra, e che tutti i disegni dei pensieri del loro cuore non erano altro che male in ogni tempo" (Genesi 6:5 ). E Dio cercò un rimedio; in un primo momento gli sembrò di averlo trovato in una soluzione radicale al disturbato rapporto tra Lui e gli uomini, pensò, cioè, di "sterminarli di sulla faccia della terra". "Ma", dice la Bibbia, "Noè trovò grazia agli occhi dell'Eterno" (Genesi 6:8 ). Il giudizio ci fu, ma la stirpe umana fu preservata nella progenie di Noè, che per volontà di Dio scampò al diluvio.
Nella pianura di Scinear
Tuttavia, ben presto gli uomini dimenticarono di poter calcare la terra solo per la misericordia di Dio e, arrivati nella pianura di Scinear, pur essendo tutti insieme e parlando la stessa lingua, li assalì il timore di essere "dispersi sulla faccia di tutta la terra". Era una situazione diversa da quella di Caino, eppure aveva qualcosa di simile, avevano quello che Caino non aveva: unità e stabilità; ma avevano paura di perdere entrambe. Ebbero la stessa idea di Caino: costruirsi una città. Ma non doveva essere una città come le altre, doveva avere una torre alta, molto alta, più alta di tutte le altre, tanto alta da arrivare fino al cielo. E con il cielo a portata di mano, il possesso della terra sarebbe stato garantito: chi mai avrebbe più potuto disperderli sulla faccia della terra? Chi avrebbe tolto loro quel suolo e quella loro meravigliosa, produttiva unità? Le premesse erano più che promettenti: gli uomini della pianura di Scinear possedevano una tecnologia avanzata, che consentiva loro di usare bitume invece di calcina e mattoni cotti al sole invece di semplici pietre. E in più, non erano dei pelandroni, ma gente attiva, laboriosa e impegnata: "Orsù," si dissero l'un l'altro, "edifichiamoci una città e una torre di cui la cima giunga fino al cielo, e acquistiamoci fama, onde non siamo più dispersi sulla faccia di tutta la terra" (Genesi 11:4 ). Non c'era in loro quella sorda irritazione contro Dio che aveva accompagnato Caino nel suo peregrinare; l'evoluzione culturale era giunta al punto che l'"ipotesi Dio" poteva essere tranquillamente messa da parte; non si trattava di combattere l'idea di Dio, ma di lavorare per la gloria dell'uomo. Infatti, gli uomini della pianura di Scinear non parlano mai di Dio, neppure per negarlo, il loro progetto, l'opera delle loro mani è ciò che li interessa. In fondo, hanno la coscienza a posto: loro non vogliono ammazzare il fratello, come Caino; al contrario, vogliono lavorare per un affratellamento degli uomini intorno a un progetto comune. Se c'è un Dio, perché mai dovrebbe avere qualcosa da dire? E invece Dio ha qualcosa da dire; anche Lui, come un solerte operaio, si mette al lavoro. E, rimboccandosi le maniche, dice a sé stesso: "Orsù, scendiamo". E sappiamo come va a finire. Bisogna notare però che la risoluzione del contrasto non avviene come nel caso di Caino: nella pianura di Scinear non c'è nessun colloquio diretto tra Dio e gli uomini, mentre a Caino Dio aveva rivolto la parola e questi aveva risposto. Qui la contrapposizione tra le due parti avviene in un modo che qualcuno definirebbe più evoluto, più civile. Gli uomini vanno avanti nel loro progetto senza preoccuparsi di Dio, né in bene né in male, e Dio rispetta questo loro desiderio di non essere importunati da pensieri ultramondani che li avrebbero distratti e infastiditi. Senza intervenire direttamente, in modo aperto e indiscreto, nella dimensione verticale della loro vita, Dio si prende la libertà di perturbare proprio quei rapporti che più di tutto stanno a cuore ai lavoratori della pianura di Scinear: quelli orizzontali. Dio non attira su di sé l'attenzione degli uomini, non chiede di essere ascoltato da persone che hanno interesse soltanto per quello che si dicono l'un l'altro, ma di fatto succede che gli alacri costruttori non si capiscono più fra di loro. Così il lavoro si interrompe, e quello che gli uomini più di tutto temevano, avviene: vengono "dispersi sulla faccia di tutta la terra". La Bibbia dice che fu l'Eterno a farlo, ma non è detto che gli uomini se ne siano accorti. Presi nel loro giro di pensieri, è probabile che abbiano cercato qualche convincente spiegazione razionale allo strano fenomeno della confusione dei linguaggi. Chissà quali intelligenti teorie esplicative avranno elaborato i sociologi e gli psicologi della pianura di Scinear! Il racconto della chiamata di Abramo, che nella Bibbia appare poco dopo, deve essere letto in contrapposizione al racconto della torre di Babele. Invece dell'intraprendente autonomia degli uomini, che cercano su questa terra unità e stabilità nel più sereno disinteresse di Dio, la Bibbia ci presenta Dio che prende l'iniziativa e chiama un uomo particolare all'ubbidienza. "In te saranno benedette tutte le famiglie della terra" (Genesi 12:3 ), promette l'Eterno ad Abramo. E' solo sul fondamento di questa promessa, che trova in Cristo il suo pieno compimento (Galati 3:29 ). Gli uomini potranno un giorno calcare un suolo liberato dalla maledizione del peccato, riconciliati con Dio, tra di loro e con la terra, perché "Egli abiterà con loro, ed essi saranno suoi popoli, e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio" (Apocalisse 21:3 ).
L'uomo moderno e la realtà
L'episodio della torre di Babele non è una curiosità storica, un fatto strano e isolato che ha avuto conseguenze soltanto tecniche di carattere linguistico. Se la Bibbia lo riporta, è perché esprime una tendenza ricorrente degli uomini, una forma di ribellione a Dio che solo in apparenza è diversa dalla contestazione di Caino. Perché l'uomo manifesta il suo peccato non solo nel praticare ciò che egli stesso riconosce come male, ma anche e soprattutto nel perseguire ciò che egli considera un bene. Riflettendo su noi stessi, certamente possiamo dire che oggi, quanto a risorse tecniche, siamo andati ben più in là del bitume e dei mattoni cotti al sole della pianura di Scinear, e giustamente ne andiamo fieri. Viviamo in una società che ha alle sue spalle diverse rivoluzioni, tra cui, molto più di quelle politiche, hanno peso tre rivoluzioni di altro genere, collegate fra loro: quella scientifica, quella industriale e quella tecnologica. Fondamentalmente esse sono il frutto di un legittimo atteggiamento umano, perché corrispondono ad un preciso compito dato da Dio all'uomo: quello di sottomettersi la terra e dominare su di essa (Genesi 1:28 ). Non per nulla la cultura protestante si è mossa sempre a suo agio nel mondo della scienza e della produzione; si studia, si inventa e si produce alla maggior gloria di Dio! Ottimo, se fosse così, ma non sempre è così, anche perché i colleghi con cui lavoriamo noi credenti hanno motivazioni e obiettivi molto diversi dai nostri, ai quali non sempre riusciamo a restare indifferenti. Per semplicità espositiva chiameremo "uomo moderno" il tipo di persona che si è andato formando a partire dalle tre rivoluzioni dette, tenendo presente tuttavia che le radici di questa modernità risalgono indietro di qualche secolo, e avvertendo che varrebbe la pena di esaminare più da vicino anche certi aspetti di una postmodernità che si va facendo strada. La caratteristica che distingue l'uomo moderno è il suo atteggiamento aggressivo nei confronti di ciò che lo circonda; egli osserva la realtà per modificarla, si pone un obiettivo e, se lo raggiunge, vuol dire che è nel vero. In un primo tempo lavora soprattutto per espandere al massimo le sue possibilità di intervento sul reale, riuscendoci in modo sempre più esteso. In un secondo momento avvia un processo di riduzione sul piano ideologico, derubricando progressivamente dal reale tutto ciò che non è sottoponibile al suo intervento. La conseguenza è che per l'uomo moderno è reale solo quello che è manipolabile, ed è vero solo quello che funziona. L'industriale, l'ingegnere, il tecnico, l'operaio, sono esempi di persone attive che vogliono modificare le cose e, poiché spesso ci riescono, ne ottengono in cambio una comprensibile gratificazione. Imprenditore e operaio appartengono allo stesso tipo di cultura; infatti riescono a intendersi molto bene, anche quando litigano, solo che l'operaio, davanti a tante cose che si possono cambiare, si infastidisce quando s'accorge che quello che non si riesce a cambiare è proprio la sua situazione economica e sociale. Allora si mobilita e sposta la sua direzione di intervento dal campo delle cose a quello degli uomini, dalla natura alla società, dalla tecnica alla politica, ma l'atteggiamento di fondo è lo stesso, il realismo politico dei movimenti operai sottintende la fondamentale convinzione che ciò che è veramente reale è modificabile; tutto il resto sono chiacchiere, fantasie personali o tentativi di mistificazione. Ma quando, dopo che la realtà sociale è stata sufficientemente modificata e anche l'operaio ha la casa, la macchina, la pensione, le ferie pagate, l'uomo moderno s'accorge che, nonostante tutto, non riesce ad essere felice, e sposta ancora una volta i suoi obiettivi. Se manca la felicità, vuol dire che bisogna fare qualcosa. Se, per esempio, mi manca la felicità sessuale, è mio compito trovare il modo di procurarmela. Bisogna "fare", non "chiedersi", tanto meno chiedersi se una cosa è bene o è male: questo sarebbe moralismo, e l'uomo moderno non riconosce spessore di realtà alla morale. L'unico vero problema è il "come". Come si fa a procurarsi la felicità? Questo è il problema. Ci sono varie tecniche, vari ritrovati, chi trova quello che funziona, trova la verità. Sorgono quindi le industrie del divertimento, in cui, con la stessa serietà con cui si potrebbe fare la lotta contro i tumori, si lavora per produrre piacere ai propri simili.
Rimedi inconsistenti
Nonostante tutto, però, non sempre ci si riesce; e il male, inteso naturalmente non in senso morale, ma nel senso di dolore, sofferenza, paura, continua a farsi sentire. Questo però non cambia l'atteggiamento di fondo: il male può essere solo errore o insufficiente conoscenza. Qualcosa si deve poter fare: studiare di più, lavorare meglio, punire chi ha sbagliato; ma un rimedio ci deve essere, altrimenti il male che sento non sarebbe reale, e io invece il male lo sento davvero. Allora si prova decomporre il fenomeno in tanti pezzi, a sostituirne qualcuno e a ricomporre il tutto in modo diverso. Funziona con la macchina, funziona con il televisore, funziona con il computer, perché non dovrebbe funzionare con il corpo e con l'anima? Basta trovare gli specialisti adatti! Qualcuno ha scritto che la convinzione fondamentale dell'americano di oggi è che non esista nulla al mondo che, attraverso la decomposizione nelle sue componenti essenziali e una diversa ricomposizione in un modo nuovo, non possa essere migliorato. Bisogna sempre poter fare qualcosa, perché nulla è più insopportabile per l'uomo moderno del pensiero di un male che lo sovrasti e non possa essere manipolato con la sua tecnica, il senso del tragico gli è del tutto estraneo. Si osservi, per esempio, come si vivono due momenti cruciali dell'esistenza umana che, nella loro essenza, sono fuori della portata dell'uomo: la nascita e la morte. Tutta l'attenzione è concentrata sul "come": come far nascere un bambino (dal parto indolore alla fecondazione in provetta), e come far morire un ammalato grave (dalla scelta del tipo di assistenza medica all'eutanasia). La discussione appassionata sul "come" distoglie l'attenzione dal fatto fondamentale: che siamo creature limitate e dipendenti, che possono fare molte cose, ma nessuna di esse è decisiva, perché non possiamo né scegliere di nascere, né scegliere di non morire. E anche quando l'inevitabile è avvenuto, quando la persona cara è morta e nulla più si può fare, la discussione spesso prosegue accanita intorno a "quello che si sarebbe potuto fare", e l'attenzione si sposta sulla tecnica (a cui si chiedono i risultati dell'autopsia), e sulla politica (a cui si chiede se qualcuno: medici, ospedale, governo, non ha fatto tutto il suo dovere). Se il male è sostanzialmente errore di manovra, discutere sul "come" sono andate le cose e sul "come" certi errori potrebbero essere evitati in futuro, è la consolazione dell'uomo moderno di fronte all'ineluttabile. Anche il ritrovato senso del soprannaturale, con l'attenzione rivolta all'astrologia, lo spiritismo, l'occultismo, nonostante le apparenze, non fa che confermare questo quadro. L'uomo moderno, a un certo momento, si è reso conto che ci sono fenomeni non facilmente inquadrabili nei consueti schemi razionali, ma ha reagito come sempre, cercando cioè di allargare il campo delle sue possibilità, tentando di manipolare, attraverso adeguati specialisti (maghi, indovini, medium, cartomanti, ecc.), un settore di realtà, che per troppo tempo era rimasto fuori della sua portata. Il suo fondamentale atteggiamento utilitaristico lo aiuta a non porsi domande troppo impegnative come: è bene? è male? viene da Dio? viene dal Diavolo? Questo significherebbe porre l'attenzione su qualcosa di diverso da sé stesso. Le domande decisive sono: è divertente? funziona? Se serve a far passare una serata in modo eccitante, è buono; se serve a far guarire da una malattia, è vero. Se l'atteggiamento religioso non viene squalificato e deriso, è soltanto perché viene considerato come un'espressione di umanità: un universo di immagini e simboli con cui l'uomo dà forma alle sue aspirazioni, alle sue idee, che certamente vanno rispettate, perché sono patrimonio del singolo, ma non perché possono essere vere. Il problema della verità non si pone, la libertà religiosa è l'onore che l'uomo dà a sé stesso, non a Dio. Le forme di espressione non devono avere limiti in una società che pone al centro l'uomo, quindi la religione deve essere libera, come l'arte e la pornografia., è un fatto individuale che non deve essere né oggetto di repressione né causa di divisione.
Il nostro presente
Ma se sul piano espressivo gli uomini possono distinguersi e devono tollerarsi, sul piano operativo, che è quello dell'approccio concreto alla realtà modificabile, devono accordarsi, quindi, per esempio, non hanno importanza i motivi religiosi o ideologici che possono spingere persone diverse a manifestare per la pace: l'importante è mobilitarsi insieme per evitare che un errore di manovra porti a una catastrofe generale. Le differenti motivazioni sono libere espressioni di opinione; l'azione comune è fatto politico, cioè rapporto autentico con la realtà da modificare. Le anime belle dicono che la guerra è il fallimento della politica, e in questo modo confermano ancora una volta che per l'uomo moderno il male è soltanto un errore di manovra. La convinzione diffusa è che se si fosse agito in modo corretto, valutando adeguatamente tutte le diverse esigenze, intervenendo per tempo dove ce n'era bisogno e, soprattutto, dialogando e ridialogando senza posa, la guerra si sarebbe potuta evitare. Si doveva poter evitare! Guai a dire che era inevitabile! Sarebbe fatalismo! E per l'uomo moderno non esiste né fato, né destino, né altra realtà che non sia sottoponibile all'opera delle sue mani, tanto meno, quindi, può esistere un Dio che ha una sua propria volontà e possa permettersi di stabilire quando è il caso di risparmiare all'uomo certe conseguenze della sua iniquità, e quando, invece, è il caso di lasciare che "si pasca del frutto della sua condotta" (Proverbi 1:31 ), e incappi in guai e sciagure da cui non può fare assolutamente nulla per uscirne, se non umiliarsi, fare cordoglio, pentirsi e dare gloria a Dio per la giustizia dei suoi giudizi. Si sentono ogni tanto, è vero, espressioni di autocritica di uomini politici e religiosi per lo svolgersi tragico di certi eventi politici, ma davanti a chi sono recitati quei "mea culpa"? Davanti a Dio o davanti a sé stessi? A gloria di Dio o a gloria dell’uomo? Tutto fa pensare che, nella maggior parte dei casi, quelle ammissioni di colpa sono fatte a maggior gloria dell'uomo, che ancora una volta si considera come l'unico giudice di sé stesso. E anche quando il giudizio che l'uomo moderno pronuncia su sé stesso non è lusinghiero, non perde tuttavia la speranza che un giorno, dopo aver fatto tesoro di tutti gli errori del passato, l'uomo potrà arrivare a instaurare un ordine internazionale che garantisca pace, giustizia e libertà per tutti i popoli della terra. L'importante - pensa l'uomo moderno - è discutere, trattare, unire gli sforzi, usare al meglio tutti gli strumenti tecnici e politici a disposizione, e questa terra, che ora scotta sotto i piedi, diventerà un giorno benevola e ospitale. Ci staremo bene tutti su questa terra: nessuno sarà costretto a fuggire, come Caino. Nella costruzione del nuovo mondo di pace bisognerà però evitare come la peste le evasioni religiose nel metapolitico, i richiami fondamentalistici a una verità assoluta, i riferimenti inopportuni a un aldilà, che potrebbero distruggere l'unità d'azione dei lavoratori. Perché l'aldilà ognuno può immaginarselo come gli pare, ma se ne parliamo troppo finisce che invece di lavorare ci mettiamo a discutere e a litigare fra di noi; e invece dobbiamo lavorare uniti, affinché la nostra costruzione possa arrivare ad essere così alta, solida e robusta da non avere bisogno di un cielo che la limiti dal di sopra. L'unico limite possiamo essere noi stessi, se non lavoriamo con sufficiente tenacia, armonia e capacità. Orsù, dunque, edifichiamoci una società pacifica e ordinata, con un governo mondiale che garantisca a tutti i popoli giustizia e libertà, in modo che possiamo vivere uniti e stabili sulla faccia della terra. Così pensa, oggi, l'uomo di Scinear. E dall'Alto non arriva nessuna smentita... per ora.
|
Commenti
I media han titolato che si è trattato di un evento storico epocale!
E così, abbiamo la conferma del futuro adempimento profetico di 1Tessalonicesi 5:3 "...e quando diranno pace e sicurezza sarà la rovina..."!
Notasi che Paolo parla al plurale (quando diranno) e non al singolare, riferendosi alle nazioni future... e il grido di invocazione di "pace" a tutti i costi non s'ode da parecchio tempo da ogni parte del mondo?
L'anticristo sta tessendo abilmente la sua ragnatela, e molti vi cadranno perchè "accecati" dal dio di questo secolo (2Corinzi 4:4)!