Hudson Taylor

La testimonianza di Hudson Taylor
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Hudson Taylor è stato il pioniere dell’evangelizzazione in Cina.

Ha dedicato tutta la sua vita alla sua chiamata del Signore con zelo, fede e perseveranza nella proclamazione del Vangelo in una parte della terra sconosciuta (allora ai suoi tempi): la Cina.

Anche oggi, la Chiesa cinese è grata al Signore per avergli mandato quest’uomo, il quale è stato veramente come “un’offerta di odor soave” a Dio in favore dei cinesi.

Con la sua vita e dedicazione, l’opera del Signore in Cina ha progredito e portato frutto al Signore con la conversione di molti cinesi e la nascita di molte chiese.

E si può dire che tutto il risultato della vita di Hudson Taylor è conseguenza di preghiere fatte con fede, incominciando con la sua conversione a Cristo.

Lui stesso racconta.

Intorno al 1830, il cuore di mio padre fu profondamente scosso dalla condizione spirituale della Cina leggendo vari libri, e in particolare un resoconto dei viaggi del Capitano Basil Hall.

La sua condizione gli precludeva la possibilità di recarsi in Cina per un servizio personale, ma pregò che se Dio gli avesse dato un figlio, questi potesse essere chiamato a servire nel vasto e bisognoso impero allora ermeticamente chiuso alla verità.

Non seppi nulla di questo suo desiderio sino al mio ritorno in Inghilterra, sette anni dopo essere partito per la Cina; ma fu molto interessante vedere come una preghiera elevata prima della mia nascita avesse ottenuto risposta.

Nei primi anni di vita ho avuto molte opportunità di imparare il valore della preghiera e della Bibbia; i miei genitori insistevano sul fatto che confidare in Dio, ubbidirgli ed essere totalmente dedicati al Suo servizio era la cosa migliore e più saggia da fare, per me stesso e per gli altri.

Malgrado questi validi esempi e dei precetti assai chiari, il mio cuore non cambiò.
Avevo cercato più volte di diventare cristiano ma, fallendo nei miei sforzi, cominciai a pensare che per qualche ragione non potevo essere salvato, e che la cosa migliore da fare era prendere la mia parte di questo mondo, perché “oltre la tomba non c’era alcuna speranza”.

Mentre mi trovavo in quelle condizioni, entrai in contatto con persone che propugnavano idee atee ed accettai i loro insegnamenti, nella speranza di sfuggire al destino che, secondo la Bibbia, attendeva gli impenitenti.

Anche se può sembrare strano, sono contento di essere passato per quell’esperienza di scetticismo.
L’incoerenza dei cristiani che, pur professando di credere nella Bibbia, vivevano come se quel Libro non esistesse, era uno degli argomenti addotti con maggiore insistenza da parte dei miei compagni di quel tempo.

Da parte mia ribadivo che, se avessi creduto nella Bibbia, avrei cercato di seguirla, mettendola pienamente alla prova, e se si fosse dimostrata falsa e inaffidabile, l’avrei abbandonata del tutto.

Ero di questa opinione quando il Signore si rivelò nella mia vita; e posso assicurare che sin da allora ho messo alla prova la Parola di Dio, ed essa non è mai venuta meno.

Non mi sono mai pentito di aver posto fiducia nelle Sue promesse, o rammaricato per aver seguito quelle indicazioni.

Quando avevo circa quindici anni, Dio rispose alle preghiere di mia madre e di mia sorella per la mia conversione.

Un giorno, che non avrei dimenticato mai, mia madre era assente da casa e nel pomeriggio cercavo qualche libro nello studio di mio padre per riempire le ore libere; mi voltai verso un cesto di libretti e scelsi tra questi un opuscolo che sembrava interessante, dicendo tra me: “All’inizio riporterà una storia, e alla fine un sermone o una morale: prenderò il primo e lascerò l’altro a chi vorrà prestarvi attenzione“.

Mi sedetti e cominciai a leggere in una condizione mentale di assoluto distacco, nella convinzione che, se esisteva una Salvezza, non era certo per me, e con la precisa intenzione di riporre quell’opuscolo non appena si fosse rivelato noioso.

A quel tempo non era raro definire la conversione un “diventare seri”; e a giudicare dai volti di alcuni cristiani, sembrava davvero una faccenda molto gravosa.

Come sarebbe bello se i figlioli di Dio manifestassero sempre nel volto la benedizione e gioia della salvezza, permettendo ai peccatori di definire la conversione un “diventare gioiosi” anziché “diventare seri”!

Non potevo immaginare cosa stesse accadendo in quel preciso momento nel cuore di mia madre, a più di 100 chilometri di distanza.

Quel pomeriggio si alzò da tavola desiderando intensamente la mia conversione, e avvertì che si presentava una speciale opportunità di supplicare il Signore in mio favore.

Andò nella sua stanza e chiuse a chiave la porta, decisa a non uscire fino a quando la sua preghiera non fosse stata esaudita.

Ora dopo ora mia madre pregò, finché non riuscì più a chiedere, ma fu spinta a lodare Dio, poiché lo Spirito Santo le mostrava ciò che era già accaduto: la conversione di suo figlio.

Nel frattempo io leggevo quel piccolo opuscolo, e fui colpito dalla frase: “L’opera compiuta di Cristo”.

Un pensiero attraversò la mia mente: “Perché l’autore usa quest’espressione? Perché non dire l’opera espiatoria o propiziatoria di Cristo?“.

Immediatamente la frase “è compiuto” balenò nella mia mente.
Che cosa era compiuto?

Subito replicai: “Una piena e perfetta espiazione per il peccato: il debito è stato pagato dal Sostituto; Cristo è morto per le nostre trasgressioni, e non soltanto per i nostri, ma anche per i peccati di tutto il mondo“.

Subito affiorò un altro pensiero: “Se l’opera è già compiuta, e l’intero debito è stato pagato, cos’altro rimane da fare da parte mia?“.

E in quel momento si formò nella mia anima la gioiosa convinzione che non c’era niente da fare se non cadere sulle proprie ginocchia ed accettare questo Salvatore e la Sua salvezza.

Così, mentre mia madre lodava Dio nella sua stanza, io lo glorificavo nello studio, dove ero entrato per far passare un po di tempo.

Trascorsero vari giorni prima che decidessi di confidare a mia sorella la gioia che avevo nel cuore, e soltanto dopo averle fatto promettere di non dire a nessuno quel segreto.

Quando nostra madre tornò a casa, due settimane dopo, fui il primo a darle il benvenuto sulla porta e annunciarle che avevo una meravigliosa notizia per lei.

Posso quasi ancora avvertire il caldo abbraccio di mia madre mentre mi stringeva al petto e diceva: “Lo so, figlio mio; sono due settimane che gioisco per la notizia che devi darmi“.

Come?“, chiesi sorpreso, “Amelia non ha mantenuto la sua promessa? Mi aveva promesso di non dirlo a nessuno“.

Mia madre mi assicurò che non l’aveva saputo da nessuna fonte umana, e continuò raccontandomi l’episodio menzionato prima.

Ora capite perché sarebbe davvero strano se non credessi alla potenza della preghiera.
Non è tutto.

Qualche tempo dopo dalla libreria presi un taccuino simile ai miei e, pensando che fosse mio, lo sfogliai.

Le righe che catturarono il mio sguardo erano annotazioni di un piccolo diario, appartenente a mia sorella, in cui sosteneva che si sarebbe dedicata giornalmente alla preghiera fino a quando Dio non avesse risposto alla supplica per la conversione del fratello.

Esattamente un mese dopo il Signore si compiacque di portarmi dalle tenebre alla luce.

Cresciuto in compagnia di simili persone e salvato in quelle circostanze, mi risultò naturale credere fin dal principio della mia vita cristiana che le promesse della Bibbia fossero reali, e che la preghiera fosse un mezzo efficace, sia in favore di sé stessi che degli altri.


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