Se Gesù ha vinto anche la morte, che valore dare al fatto che ancora si muore?

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Generalmente si prende la morte come un fatto negativo: incidenti mortali, bambini innocenti che muoiono, genocidi, catastrofi, etc..
Ci rammarichiamo, ci rattristiamo e proviamo un senso di sconfitta, di incapacità e di delusione, e spesse volte facciamo appello a Dio, chiedendo: “Perché?“.
Alcuni arrivano, persino, ad accusare Dio, come se Lui avesse programmato e voluto quella, o quelle, morti.
In effetti, le persone senza Dio e senza speranza, che hanno l’animo solo alle cose di questa terra e vivono per le soddisfazioni carnali e naturali, vedono la morte come la fine di ogni cosa, la grande delusione.

Ma non è così per Dio; non è così per colui che conosce Dio e confida in Lui. 
Colui che crede in Dio, e colui che vuole incominciare ad affidare la propria vita a Dio, deve imparare a ragionare e a vedere gli aspetti della vita come li vede Dio. 
Per fare questo c’è di bisogno di accettare e ricevere la Parola di Dio; il credente deve essere in continuo contatto con la Bibbia e con i sani insegnamenti che scaturiscono da Essa e che ci vengono impartiti dai fedeli servitori di Dio. 
Anche se Gesù ha realizzato per noi la Vita Eterna, vediamo che ancora oggi si muore (fisicamente).

Gesù ha vinto, per lui, sulla morte fisica, risuscitando il terzo giorno dalla sua morte; e Gesù ha vinto sulla morte fisica, per noi, in modo che alla sua Seconda venuta in Terra risusciterà tutti i figli di Dio.
Allora la morte fisica (o la condizione della morte fisica) sarà interamente sconfitta, come dice l’apostolo Paolo: “…così quando questo corruttibile avrà rivestito l’incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito l’immortalità, allora sarà adempiuta la parola che fu scritta: La morte è stata inghiottita nella vittoria. O morte, dov’è il tuo dardo? O inferno, dov’è la tua vittoria?” (1 Corinzi 15:54-55).

Nel frattempo, cioè tra la Risurrezione di Cristo e la sua Seconda venuta in Terra, anche se i credenti continuano a morire, lo stesso viene dimostrata la vittoria di Gesù: “Io sono il primo e l’ultimo, e il vivente; io fui morto, ma ecco sono vivente per i secoli dei secoli amen; e ho le chiavi della morte e dell’Ades” (Apocalisse 1:18); “Poiché dunque i figli hanno in comune la carne e il sangue, similmente anch’egli ebbe in comune le stesse cose, per distruggere, mediante la sua morte, colui che ha l’impero della morte, cioè il Diavolo, e liberare così tutti quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù durante la loro vita” (Ebrei 2:14-15).

Quando il credente muore entra in una realtà di Vita eterna che è più completa e più beata di quella sulla Terra: è il compimento del programma personale di Dio; è la meta raggiunta, la fine delle lotte e il riposo eterno, l’anticipo della premiazione finale.
Allora, per Dio, la morte del credente, non è una sconfitta, ma anche una dimostrazione d’amore.
Cristo ci ha acquistati a caro prezzo, con il suo sangue, affinché appartenessimo a Dio.

Egli vuole il meglio per noi e quando moriamo andiamo a casa, dal Padre; ci riposiamo dalle nostre fatiche e ci attendono le altre belle cose che Dio ci ha preparato, come dice anche Paolo: “Per me infatti il vivere è Cristo, e il morire guadagno, ma non so se il vivere nella carne sia per me un lavoro fruttuoso, né posso dire che cosa dovrei scegliere, perché sono stretto da due lati, avendo il desiderio di partire da questa tenda e di essere con Cristo, il che mi sarebbe di gran lunga migliore, ma il rimanere nella carne è più necessario per voi” (Filippesi 1:21-24).

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